LO CORE SPERDUTO

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Dalle ricerche sulla vocalità cameristica dell’Ottocento e primo Novecento nasce anche il mio ultimo libro Lo core sperduto. La tradizione musicale napoletana e la canzone (331 pagine, 160 esempi musicali – ediz. Guida, Napoli, 2010). Napoli ha rappresentato un punto di incontro di tante culture mediterranee, da quella araba a quella spagnola. E fin dal Seicento aveva elaborato una prassi musicale molto particolare che nel Settecento era stata esportata dai maestri di cappella napoletani in tutta Europa. Esiste un particolare accordo che è conosciuto in tutto il mondo come ‘sesta napoletana’ e che è stato impiegato da Bach e Beethoven, fino a Chopin, Brahms etc. Ma nella tradizione partenopea tale accordo non si limitava al tessuto armonico ma influenzava anche le melodie che assumevano un carattere unico e immediatamente riconoscibile. Tale tradizione ha informato l’Ottocento napoletano dai Cottrau, Florimo, Mercadante, Biscardi fino ai grandi che hanno fatto la fortuna internazionale della canzone: Tosti, Denza, Costa e De Leva. Ma al grande successo mondiale è seguito un appiattimento su formule da ‘cucina internazionale’ che hanno fatto dimenticare la tradizione in favore di un linguaggio semplificato e banalizzato.

Vi do un estratto che parla proprio di questa trasformazione:

Inoltre la canzone diventa sempre più un affare. (L’interesse della camorra è un sintomo evidente.) Ma l’affare non riguarda poeti e musicisti. Sul costo dichiarato di 300 lire per canzone, Bideri agli autori ne dava 11 mentre il resto era assorbito dalle presunte “spese”.9 Forse, oltre alla stampa, un editore doveva sovvenzionare clacques e ‘partiti’, oltre che allungare il ‘pizzo’ alle persone giuste. Probabilmente sul libro paga c’erano anche coloro che sulla canzone ci scrivevano: giornalisti, critici e ‘storici’. I quali contribuivano alacremente alla creazione delle leggende che sono arrivate fino a noi. Una delle più illuminanti riguarda la stesura della canzone, che per essere bella deve essere ‘improvvisata’. Abbiamo già preso nota che tutta Castellammare cantava Funiculì Funiculà prima che fosse completata, che Tosti ha scritto ‘A vucchella in mezz’ora chiuso a chiave dentro una stanza, che Tarantì tarantella era stata creata all’impronta da Costa dopo un banchetto, su sollecitazione degli altri commensali. E il nostro candido Acquaviva ci racconta che Nannì «…venne scritta di getto sul marmo di un tavolino del vecchio Caffè Napoli nella Villa Nazionale.» mentre ‘A Frangesa (con quelle armonie?) «fu composta su un tavolo della Birreria Strasburgo a Napoli…».10 Chissà se era di marmo anche quest’ultimo. Potrebbe essere una spiegazione per ispirazioni così rapinose e incontenibili. E poi De Leva che scrive la sua prima canzone a dodici anni, Vincenzo Valente a quattordici (forse era un po’ ‘ritardato’). E importa poco che dette leggende abbiano o meno un fondo di verità, ciò che importa è che venga diffuso e ribadito il concetto che la creazione poetica e musicale è un fatto miracolistico, che si verifica a discrezione di San Gennaro. Secondo quasi tutti gli storici — e gli appassionati — è assolutamente assodato che per comporre non occorre ‘scuola’ e che anzi la scuola tarpa le ali. Così ciò che segnalava Di Giacomo «Di questi facili compositori qualcuno non ha neppur conosciuto da lontano non dico il contrappunto ma la porta del Conservatorio di San Pietro a Majella» lungi dall’essere un limite, diventa un titolo di merito. Le belle canzoni possono nascere solo in un terreno concimato con la ‘spontaneità’ ovvero con l’analfabetismo e l’incultura. Basta il fatidico ‘cuore’. Il celebre scrittore e poeta Libero Bovio, in un suo libro di memorie racconta come, da ragazzo, la madre pianista cercasse di accostarlo alla musica classica per scoraggiare i suoi propositi canzonettistici. «Mi convinceva invece della superiorità di Gambardella e di Di Capua su Beethoven.»11 In questo contesto, non fa meraviglia che i quattro compositori colti di cui mi sono fin qui occupato, abbiano scelto il silenzio.

La canzone napoletana procede su tali binari ottenendo apprezzamenti in tutto il mondo e creando schiere di entusiastici sostenitori. Soffre tuttavia di una specie di chiusura verso l’esterno. Chiusura che le impedisce di evolvere. Come ha suggerito Raffaele La Capria parlando della cultura partenopea in generale — e nel nostro caso in maniera ancora più eclatante — è diventata ‘autoreferenziale’. Gli appassionati ne hanno fatto un’icona e deve rimanere uguale a sé stessa. Non ci sono sostanziali differenze fra una canzonetta dei primi del Novecento e una di cinquant’anni dopo. Sarà allegra o malinconica, pensosa o trascinante. Ma il linguaggio è lo stesso. Questa uniformità che è stata alla base del suo trionfo contiene anche il germe del disfacimento. Del resto, è nell’ordine delle cose. Un sapiente latino affermava: Et orta occidunt et aucta senescunt. Ciò che è sorto tramonta, ciò che si è ingrandito invecchia.

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