ARCHIVIO STORICO

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Archivio storico è una dicitura impegnativa. Ma è in qualche modo motivata per due ragioni. La prima riguarda l’impostazione della ricerca. Diversi musicologi si occupano oggi della vocalità cameristica italiana, concentrando la loro attenzione su uno o due autori. Mentre il mio obiettivo è stato ed è quello di costituire una raccolta il più possibile vasta, che comprenda quanto è stato scritto fra i primi decenni dell’Ottocento e la seconda guerra mondiale. Acquisendo quindi anche lavori di moltissimi musicisti sconosciuti e che si possono a buon diritto considerare minori. Dai circa 20.000 brani vocali che sono riuscito a raccogliere finora risulta così una vera e propria storia dell’evoluzione della romanza da salotto con tutte le implicazioni non solo artistiche ma anche socio-economiche. Intendendo: prassi esecutiva, consumo, editoria e quant’altro.
L’archivio è in continua evoluzione e l’acquisizione di nuovi materiali è costante.

La seconda ragione è che in qualche modo anche l’archivio medesimo ha una sua storia. Una storia che comincia intorno agli anni Ottanta del secolo scorso. Devo premettere che nelle mie attività musicali la vocalità ha sempre avuto un ruolo centrale. Per ragioni familiari (mio padre era maestro di coro) e perché io stesso ho studiato canto. Abbastanza a lungo e con notevole profitto se verso i vent’anni mi sono trovato a fare una non facile scelta fra la carriera di cantante e quella di Pianista-direttore. Quindi una assidua frequentazione dell’opera, non solo italiana (il mio ‘taglio’ vocale era quello del bass-baryton e i miei insegnanti mi pronosticavano una felice riuscita nel ruolo di Wotan). Ma anche – indirizzato da quello straordinario maestro che era Enrico De Angelis Valentini – una attenzione rilevante per il lied. In età giovanile e in salotti amici ho più volte eseguito, un po’ alla buona e accompagnandomi da solo, Dichterliebe, Schwanengesang o il ciclo della Magelone di Brahms. Questo interesse è andato crescendo col tempo e si è allargato a comprendere Reger e Pfitzner, Fauré e Poulenc, Musorgskij e Čajkowskij, Debussy e Ravel, Smetana e Dvořák, Britten e Ives. E sopratutto Wolf, che per me rappresenta la genialità assoluta nella musicazione della parola.
Proprio in quegli anni Ottanta avevo frequenti rapporti con l’orchestra sinfonica della RAI di Roma e con i suoi dirigenti. I quali, sapendo dei miei interessi, mi introdussero all’archivio musicale RAI che era decisamente ampio e conteneva parecchie cose bizzarre. Il direttore mi permise di ‘scartabellare’ nel settore della musica vocale. Io cercavo brani di Rimsky, di Chausson, di de Falla. Ma mi capitarono sottomano anche pezzi di Mancinelli, di Bazzini, di Tito Mattei, di Ponchielli, di Marco Enrico Bossi. Quest’ultimo lo sentivo quasi un parente, per le tante volte che avevo suonato le sue composizioni per organo. Allora, per me come per molti, del repertorio cameristico italiano esisteva solo Tosti. Diverse volte avevo accompagnato cantanti che lo eseguivano in concerto, e ne avevo ammirato il garbo e la funzionalità. Ma la storia finiva lì. E tuttavia per Bossi feci un’eccezione. Fotocopiai le due serie dei Pezzi lirici. Me li lessi al pianoforte e mi venne un colpo. Erano bellissimi. Incuriosito, cominciai ad acquisire anche altri autori italiani e vi trovai molto materiale interessante e diverse cose deliziose.
In quegli stessi anni usciva il DEUMM, il Dizionario Enciclopedico Universale della musica e dei musicisti (edizioni UTET). Un’opera fondamentale alla quale aveva contribuito buona parte della musicologia italiana (e non solo) sotto l’esperta guida di Alberto Basso. Andai subito a cercare gli autori che avevo scoperto, ma negli elenchi delle composizioni i brani per voce e pianoforte non figuravano. C’erano i melodrammi, la musica sinfonica e cameristica fino all’ultimo pezzettino per armonium, ma ciò che interessava a me veniva di solito concentrato in una parola. Alfano: liriche. Bazzini, Bustini, Faccio, Giordano, Mascagni, Smareglia, Zandonai: liriche. Ponchielli: romanze e liriche. Gomes: romanze e canzonette. Qualche volta appariva un ‘fra cui’ con due o tre titoli. L’estensore della voce Bossi dichiarava candidamente di aver lasciato da parte un genere minore come la musica vocale da camera. Ma se era un genere minore perché erano elencati tutti i lavori congeneri di Fauré, di Max Reger, di Frank Martin? Chiaramente valeva solo per gli italiani che, compositori validi per tutto il resto, quando scrivevano per la voce non superavano il livello spazzatura.
Io sono un musicista. O almeno dovrei, visto che studio musica da sessant’anni. E i brani che acquisisco me li leggo e me li suono. Cosa che i musicologi non fanno quasi mai. Sono bravissimi a fare tante cose ma davanti alla pagina di musica spesso sono disarmati. Con in più l’aggravante che se un tizio più o meno autorevole dice una stupidaggine (e può capitare), non si fa mai una verifica. Si cita, si mette in nota e qualsiasi corbelleria diventa verità indiscutibile ed assoluta. Qualcuno ha detto che la vocalità cameristica italiana non vale niente e il discorso è chiuso. (Si veda anche l’introduzione a Musiche proibite).
Insomma la mia ricerca è iniziata quasi per una ripicca contro questo atteggiamento. E si è trasformata in un impegno che mi ha richiesto investimenti e dedizione costante. Ovviamente questo materiale è da tempo fuori commercio. Qualcosa si può trovare presso antiquari che gestiscono fondi privati. Ma è un sistema molto aleatorio oltre che costosissimo. La soluzione più a portata di mano è ricorrere alle biblioteche. Cito qui – con gratitudine – le Biblioteche del Conservatorio di S. Cecilia a Roma, del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, del Conservatorio di S. Pietro a Majella di Napoli, la Biblioteca Marciana di Venezia. E molte altre, fra cui l’Archivio Storico dell’Accademia di S. Cecilia a Roma, la Biblioteca Reale di Torino, la Fondazione Levi di Venezia, la Biblioteca Universitaria di Padova, la Biblioteca Labronica di Livorno, il Museo teatrale “C. SCHMIDL” di Trieste, il Fondo Leoncavallo della Biblioteca Cantonale di Locarno etc. etc.
Ma il mio lavoro non è concluso. Molti brani che figurano nei cataloghi d’epoca risultano irreperibili. Per cui sarò grato a quanti – privati o enti pubblici interessati agli stessi argomenti – vorranno collaborare con scambi di informazioni e di materiali.

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